Storia di Isola del Liri
Brevi cenni storici
Ancor prima di offrire una rapidissima sintesi sulla storia del paese, è opportuno dire che Isola del Liri, unico paese al mondo ad avere una meravigliosa cascata a guardia del proprio centro storico, si offre ai visitatori destando una sincera meraviglia per la bellezza di quelle acque e per la posizione dalla quale corrono giù con dolce fragore.

Nei tempi precedenti la fondazione di Roma queste terre furono sede dei Volsci, antica popolazione italica appartenente al gruppo osco umbro. La loro presenza è stata accertata per la scoperta di una necropoli volsca nel 1887 in località Nazareth, durante i lavori di costruzione della ferrovia Roccasecca Avezzano.

Questo popolo perse la sua indipendenza nella seconda metà del sec. IV a.C. quando nell'espansione verso sud culminata con la prima guerra sannitica, i Romani occuparono il territorio trasformando le città in
colonie. Rinvenimenti dell'epoca si sono avuti nelle zone di Forli, Montemontano e Remorice.

Dopo che i Bizantini ebbero occupato l'Italia, il territorio isolano appartenne al Ducato romano restando sotto la giurisdizione di Montecassino, a cui l'imperatore bizantino Giustiniano lo aveva concesso nel 530. Successivamente il longobardo Gisulfo I, duca di Benevento, estese al Garigliano i confini del proprio possedimento. Sora, Arpino ed Arce furono alcune tra le terre del Ducato Romano di cui, nel 702, si era impadronito.

Dall'anno 706, e fino al 731 o 732, gli successe il figlio Romualdo II il quale divise in Gastaldati il Ducato che aveva ampliato. Sora, a cui il territorio di Isola del Liri apparteneva, era uno dei 32 Gastaldati. Questa divisione la ritroviamo ancora attorno al 1000 quando Gastaldo di Arpino e di Sora (con annesso territorio di Isola) era Pietro Rainiero.

Della denominazione di Isola si trova traccia nella Cronaca Cassinese in cui si afferma che nell'anno 1004 Rainiero ottiene in eredità il luogo chiamato “Colle dell'Isola”.

È quello che darà ai figli. Probabilmente è da questo momento che Isola, con il nome di Insula Filiorum Petri, diventa una realtà propria. Sembra che il Colle debba essere individuato nel posto che divide il fiume Liri e sul quale, più tardi, sorgerà quel castello Ducale la cui la prima menzione si trova nel 1110, in una bolla di papa Pasquale II.

Intanto un diverso assetto politico, militare ed amministrativo dei territori era stato introdotto da Carlo Magno sotto il cui Impero iniziò la lenta fusione tra Longobardi e Romani. Sua fu l'istituzione delle Contee.

Tra esse troviamo quella di Sora che nel 1230, per la sua opposizione all'imperatore Federico Il di Svevia, figlioccio di Innocenzo III, fu messa a ferro e fuoco (e con essa, naturalmente, anche Isola). Alla sua morte (avvenuta nel 1250) scese in Italia Carlo D'Angiò (1226 - 1285), figlio del re di Francia Luigi VIII. Dopo una breve parentesi, infatti, in cui il feudatario d'oltralpe Robert De Brienson ottiene il governo di Isola in cambio dei servigi resi al suo re Carlo I, la terra bagnata dal Liri torna nelle mani dei suoi antichi “padroni”, Bartolomeo figlio di Roffredo nel 1276 e Federico Isola. Poi, come tutte le vicende dei mondo, anche quest'astro declina e nel 1316 in un diploma dei re Roberto leggiamo che un certo Novellone di Salvilla è signore di Isola e Castelluccio.
Più tardi ritroviamo il territorio di Isola possedimento della nobile famiglia marsicana dei Celano prima e dei Cantelmo dopo. Nel 1463 cadrà nelle mani della Chiesa per opera di Napoleone Orsini. Più tardi il papa Sisto IV rinuncerà a questo privilegio regalando il ducato di Sora al nipote Leonardo d'Aragona della Rovere. Gli succederà il fratello Giovanni che, a sua volta, avrà come successore il figlio Francesco Maria.
Sarà lui l'ultimo Duca della famiglia della Rovere in quanto il 5 dicembre dell'anno 1580 venderà il Ducato di Sora a Jacopo Boncompagni, figlio del papa Gregorio XIII e marchese di Vignola. L'ultimo Duca della famiglia Boncompagni, invece, fu Antonio Il che resse Isola dal 1777 al 1795, quando le terre passarono al Regio Demanio ed il Castello si chiamò Regio Palazzo. Sono di questo periodo i due ponti levatoi.
Lotte e sangue segnano le cronache dell’anno 1799: truppe francesi provenienti da Roma mettono l’11 marzo a ferro e fuoco prima Castelluccio uccidendo gli inermi, poi si dirigono verso Isola, ove trovano i ponti levatoi alzati e le porte sui due ponti sprangate. Si spara, si trema di paura,chi è fuori scappa sulle colline, che è dentro si rifugia nel castello e i francesi si ritirano. Nel paese è festa:suoni di campane e messe di ringraziamento indicano la gioia per lo scampato pericolo: Ma i francesi tornano alla carica il giorno di Pasqua, il 24 marzo, armati questa volta di cannone e molto più numerosi: 3000 contro i 300 della prima volta.
Attestatisi sulla collina di San Sebastiano aprono il fuoco, ma le cento palle di cannone cadono a vuoto e a loro rispondono colpi di fucili e di spingarde dalla torre del Castello. Arrivano i rinforzi e ancora una volta i nemici sono respinti ed inseguiti. Questi però non transigono. Nove mesi dopo inizia un più lungo assedio, che terminerà il 13 aprile, quando giunge dal Sud un migliaio di francesi che hanno guadato il fiume Liri a Ceprano. Gli aiuti sperati questa volta non arrivavano e si decide di aprire le porte per evitare una carneficina.
Isola non sembra avere più né amici né pace e, quando la mattina dei 12 Maggio una colonna francese comandata dai generali Wetrin e Olìvier di stanza a Napoli, cerca di raggiungere il Nord passando per le nostre terre, dominate da briganti come Gaetano Mammone e Valentino Alonzi, detto Chiavone, è la strage! Due dragoni francesi si presentano al ponte di Regno davanti la Cascata, per chiedere di passare, ma in risposta ricevono due fucilate. Ne nasce una sparatoria e il ferimento della moglie di uno dei generali fa scoppiare la "brama" dello sterminio. Colpi di cannone abbattono la porta e i soldati inferociti si gettano con odio sugli Isolani, che cercano di difendersi buttandosi anche in acqua. Chi viene preso, non ha scampo e chi ha pensato di potersi salvare rifugiandosi in chiesa, si è vanamente illuso. Proprio lì, su quel pavimento e tra quelle mura intrise di pianto e di preghiera, cadono centinaia di persone, che si vanno tristemente ad aggiungere alle altre centinaia trucidate fuori. Si contano circa 600 morti, tra uomini, donne e bambini innocenti, ma anche case sventrate, raccolti bruciati, cadaveri mutilati, dignità offese... Ma è la fine anche del brigantaggio.
Per Isola si aprono nuovi orizzonti: dalle ceneri dei suoi morti e delle sue rovine rinasce un nuovo paese e ironia della sorte proprio grazie ai... francesi!
Un nuovo Re è dal 6 Settembre 1808 sul trono di Napoli, Gioacchino Murat, cognato di Napoleone per averne sposato la sorella Carolina e imprenditori francesi vengono al suo seguito nel nostro paese per utilizzarne l'enorme ricchezza idrica offerta dal Liri.
È tutto un fiorire di imprese e un susseguirsi di attività all’"uso di Francia": Carlo Lambert nel 1809 allestisce nel Castello una filatura e tessitura di pannilana, suscitando però le ire e le proteste vigorose dei tessitori locali che alla vista dei telaio meccanico temono la disoccupazione e sembra che abbiano addirittura buttato giù dalla Cascata quell'indemoniato attrezzo.
Un secondo francese del tempo è Carlo Antonio Beranger, cui viene affidato l'ex Convento di S. Maria delle Forme (divenuto "ex" per via delle Leggi Napoleoniche sui beni della Chiesa) per allestirvi una manifattura di carta, così come un altro ex Convento, quello Conventuale di Piazza S. Francesco nel centro storico, viene ceduto ad un laniere, Gioacchino Manna, mentre la Chiesa annessa resta alla Congrega dei Ss. Crocifisso.
Strade nuove sono aperte all'operosità degli Isolani e indietro non si torna neanche con la caduta del regime napoleonico in Francia e di quello murattiano a Napoli, dove nel giugno 1815 tornano i Borboni con Ferdinando IV. Gioacchino Murat asserisce ironicamente la Pinelli nel suo Quaderno di ricerche “L’occupazione francese” cade vittima della sua stessa disposizione dì legge contro chi, come i briganti, impugna imprudentemente le armi: da ciò sembra scaturita quella significativa espressione paesana: “Giuacchine fèce la lègge i Giuacchine ce capetètte".
Il progresso è di casa ora all'isola di Sora. Al Beranger succede Carlo Lefebvre, che porta nella sua Cartiera del Fibreno la macchina "senza fine" e acquista per merito il titolo di Conte di Balsorano. Il figlio Ernesto impianterà una fabbrica di carta da parati e altri nomi francesi diverranno familiari agli Isolani, da Rossinger a Boimond, da Courrier a Emery, per fermarci solo ai più famosi.
Si conciano le pelli, si fabbrica la pasta di legno, altre cartiere fanno la concorrenza alle prime. Nè i nostri sono da meno, se umili operai locali acquisiscono perizia e conoscenze al punto da diventare migliori dei maestri, arrivando in taluni casi a sostituirli nella direzione e nel possesso degli stessi stabilimenti, come capitò al giovane Pietro Alonzi o a Domenico Corona, che si industriò a fabbricare i feltri per le cartiere.
E pure in francese si prega con le prime Suore di Carità chiamate ad aprire il primo educandato femminile e francese è pure il maestro di banda. Una società altolocata e brillante anima, infatti, la vita dei piccolo e fervido paese con le sue feste da ballo e le iniziative culturali, la cui eco si diffonde oltre le belle ville edificate per lo più in periferia, nella parte alta, che vanitosamente prende il nome di "piccola Parigi", ben nascoste agli sguardi indiscreti dagli alti muri di cinta e dalla rigogliosa vegetazione dei parchi e giardini, oggi inghiottiti o sventrati dalle case, spesso di destinazione operaia, cresciute in prossimità delle fabbriche, quelle fabbriche che purtroppo hanno pagato qui come altrove lo scotto della recessione economica. Dopo gli anni dei boom, in cui avere un posto in fabbrica era il sogno di tanti giovani che vedevano così il loro futuro assicurato, le cartiere, i lanifici, i pastifici, i feltrifici, i cartonifici isolani hanno o chiuso i battenti e visto cadere le loro ciminiere o si sono trasferiti altrove, ammodernando i loro macchinari, aggiornando i loro quadri. Sono poche le attività industriali presenti ancora nella... Manchester dell'Ottocento e tanti fabbricati che un tempo non lontano pulsavano di vita, con il ritmo incessante dei loro ingranaggi, il suono delle sirene che scandivano la giornata di un intero paese, l'animosità degli operai, la fama dei loro prodotti, oggi sono veri e propri "reperti" di archeologia industriale!